Episodio 06 – Storia di Soheil

In questo episodio ascoltiamo la storia di Soheil, un ricercatore universitario impegnato nei temi del cambiamento climatico.
Di seguito puoi leggere la trascrizione dell’episodio:

“Ah ehm… a dire il vero non ero così interessato al cambiamento climatico in sè… voglio dire, non è che fosse un grande problema per me. Da ragazzo non ti sembra una di quelle cose che ti cambiano la vita


Grazie Daniele per esser venuto qui, allo European Institute of Economy and Environment a Milano. Qui facciamo principalmente ricerche di tipo economico sugli impatti del cambiamento climatico e sostenibilità.

C’era questo corso, fra quelli che frequentavo, tenuto da una professoressa di Harvard, era una giovane entusiasta del proprio lavoro, e lei insegnava le teorie ambientali. Ma uno dei corsi in particolare era su una materia chiamata Ecologia Industriale che è molto vicina a quello che prima dicevi tu sull’Economia Circolare. Infatti nell’Ecologia Industriale il focus è sulle produzioni e le diverse attività industiali nel tentativo di far sì che esista un filo conduttore cosicché l’outcome di una azienda sia l’input della successiva azienda. In questo modo si tenta di minimizzare I rifiuti e se tu unisci questo alle valutazioni geografiche e alla posizione delle stesse aziende finirai per risparmiare denaro ed energia grazie alla riduzione di dei costi di trasporto. A dire il vero, ricordo che lascia la classe pensando che dovevo sapere di più su questo argomento. E la prima cosa interessante che trovai era una confernza che si sarebbe tenuta all’università di Oxford. Stavano cercando candidati per presentare le loro pubblicazioni e presentazioni. E dato che io non avevo nulla decisi, con molta semplicità di scrivere alla diretrice della confernza e chiederle se potevo partecipare ed imparare di più sull’argomento.

Alle fine sono stato fortunato e la direttrice, che in seguito finì per diventare la tutor per il dottorato di ricerca, accettò. Insomma mi pagarono tutte le spese per andare lì. E infatti imparai moltissimo sull’argomento. Fu davvero una bella esperienza. Prima di tutto ciò per me il clima non era così rilevante. Per me gli ambientalisti erano quelle persone un po’ fanatiche che si divertono ad abbracciare gli alberi.

Insomma non era roba che faceva per me. A me sembrava che queste persone non si rendevano davvero conto di cosa la vita vera sia. La vita è fare dei lavori creativi, anche nel senso ingegneristico, guadagnare soldi e poi ancora inventare cose nuove… tuttavia questa conferenza mi mostrò che il matrimonio era possibile. Puoi benissimo essere consapevole del tema ambientale e prendertene cura mentre e allo stesso tempo puoi essere un buon ingegnere industriale. Fu una gran bella conferenza. Ad essere onesti non è che capii tanto di quello che dicevano perché il livello della discussione era alto e la mia conoscenza ai tempi era ancora immatura. Ma la breccia era stata creata e quest’argomento mi stava attraendo sempre più.

Così andai a parlare alla direttrice della conferenza, Dottoressa Valery Thomas e lei a dire il vero mi disse che aveva appena iniziato la sua posizione di insegnante presso la Georgia Tech University e che le sarebbe piaciuto assumere alcuni studenti dottorandi. Aveva alcuni fondi di ricerca e delle posizioni aperte, disse – se vuoi fare Studi Ambientali alla Georgie Tech manda la tua domanda! Tornai a casa con delle buone idee sugli argomenti da trattare  e con una posizione che praticamente era in attesa di me. Ero al settimo cielo.

Ovviamente la cosa non poteva andare così, perfettamente, come le migliori storie dei film. Tornai in Armenia, invii la mia candidatura, la Georgia Tech la accetto ma, per farla breve, non ero autorizzato a entrare negli Stati Uniti d’America.
Insomma il problema era che soltanto pochi anni prima la mia famiglia composta dai miei genitori, e il mio fratello più giovane erano emigrati negli USA. E Nel 2006, 2007 quando stavo per inviare la mia domanda da studente in USA io avevo già un caso aperto presso l’uffiico immigrazione degli Stati Uniti, un caso che avrebbe impiegato anni per sbloccarsi, per come vanno le cose.

L’ufficio immigrazione mi spiego che non era possibile aprire due casi distinti per me.

Avevo terminato I miei studi in Armenia quindi non potevo trattenermi in questo paese perché il visto studentesco stava terminando. Non potevo tornare in Iran per via del servizio di leva obbligatorio. Non potevo andare negli Stati Uniti perché la mia domanda avrebbe impiegato anni per essere validata.

E quello, fu il momento della mia vita in cui mi resi conto di un fatto. Non avevo un paese. In un certo senso quello era un pensiero liberatorio perché e come se venissi sradicato da tutto quello che ti dovrebbe appartenere. Ti viene data un’opportunità. Puoi andare dovunque e dire che è lì che vuoi stare. Era eccitante. …era anche un momento spaventoso perché non avevo un luogo in quel preciso momento e la data in cui avrei dovuto lasciare l’Armenia era vicina. Infine, grazie a mio fratello che è anche un ingegnere trovai un lavoro in Kenya. E io mi trasferii in Kenya.

Si trattava di costruire dei nuovi impianti di energia idroelettrica in alcune aree remote del paese. Una buona occasione per me per fare esperienza professionale. E un buon stipendio considerando la difficoltà di andare in territorio così lontano, non soltanto geograficamente.
Ma c’è da dire che il lavoro si dimostrò essere più duro di quello che avrei mai immaginato. Anche per l’azienda per cui lavoravo tutto era nuovo, non avevano alcuna esperienza pregressa di come si lavora in Africa. Perdipiù nessuno del nostro gruppo parlava inglese a parte me. Dovevo aiutare tutti con la lingua. Fu dura ma fu anche una grossa opportunità. In breve divenni una persona di riferimento e venni coinvolto in attività e riunioni a cui non avrei dovuto partecipare sulla carta. In breve accumulai una grande esperienza.
Insomma, ero lì in attesa che il permesso di ingresso negli USA si sbloccasse, tutto più o meno ok, ma come ti ho raccontato l’altra sera, le cose non andarono così bene. Alla fine del 2007 ci furono le elezioni presidenziali in Kenya e… scommetto che il tuo pubblico possa fare un po’ di ricerche su cosa accadde. Ma per spiegarlo in breve c’erano due grandi gruppi in Kenya. Ciascuno con il proprio candidato alle elezioni presidenziali. Uno era il presidente attuale e l’altro era lo sfidante. Alla fine il presidente esistente vinse e lo sfidante non accettò la sconfitta.

I due gruppi iniziarono a lottare in disaccordo sui risultati politici e la situazione divenne in breve davvero brutta. In pochi giorni ci fu la guerra civile in Kenya. Di conseguenza gli stranieri iniziarono ad abbandonare il paese, compresi I miei colleghi che tornavano in Iran. E io non potevo seguirli perché non avevo nessun paese in quel momento. Di nuovo. A quel punto, feci una ricerca su internet e in poco tempo decisi di andare in Uganda perché era il paese più vicino in cui avrei potuto andare e richiedere un visto di ingresso in aeroporto, con il mio passaporto iraniano.

 Mi ricordo benissimo il giorno in cui lasciai il Kenya per andare in Uganda. Chiamai il nostro autista, avevamo un autista e un auto che serviva l’azienda. Lui iniziò a guidare in direzione dell’aeroporto ma le strade di Nairobi erano diventate così pericolose che era difficile arrivarvi. L’autista continuava a cambiare strada, a fare giri più lunghi le strade erano tutte bloccate, c’erano persone arrabbiate che bruciavano I copertoni delle auto. Alla fine riuscii ad arrivare all’aeroporto e a lasciare il paese. Il nostro volo fu uno degli ultimi a lasciare il paese in quella situazione.     

Rimasi lì per un po’ di settimane, poi le cose migliorarono in Kenya. Ero in contatto con degli amici e quandi mi dissero che era ok tornai. Quello che era successo è che ci un trattato di pace guidato da Kofi Annan, ai tempi. Il segretario dell’ONU.

Al mio ritorno iniziammo di nuovo il lavoro da dove lo avevamo lasciato, ma le cose erano cambiate. E ci furono due incidenti gravi.

Quando il primo accadde io non ero in casa. Vivevamo in una specie di condominio recintato. Un gruppo di uomini armati era entrato e attaccò la casa mentre I miei amici erano dentro. Irrupperò, pichiarono I miei amici e si presero tutto quelo che trovarono. Accaddero tante cose in poco tempo, la polizia venne per prenderli, ci fu una sparatoria, di tutto!
La nostra vita dipendeva dai contatti locali, noi eravamo soltanto gli ingegneri tecnici per una azienda. Proveniendo da un paese come l’Iran non è come spostarsi dalla Svizzera all’Africa. Noi abbiamo avuto una guerra recente, contro l’Iraq di Saddam Ussein, quindi, in un certo senso, siamo abituati a vivere nell’incertezza e in un ambiente complicato.

Provammo a tornare di nuovo alla nostra routine di ingegneri, che durò poco perché la seconda volta toccò a me.

Fui rapito e per rilasciarmi volevano I soldi. Fu una cosa terribile che mi accadde. Durò per un po’ ma riuscii, ancora una volta, a fuggire. Era chiaro che il Kenya non fosse più il posto per me e decisi di tornare ancora sui miei passi, in Armenia. Stavolta con un visto turistico.

Per fortuna avevo dei buoni amici in Armenia furono loro ad aiutarmi. Iniziai a insegnare in una università privata e mentre ero lì, finalmente, il mio permesso di ingresso per gli Stati Uniti si sbloccò. Era un tipo speciale di visto che ti permette di entrare negli Stati Uniti per poi prendere la Green Card. Finalmente nel 2009 sono riuscito ad arrivare ad Atlanta e la cosa bella è che duratne tutti questi anni dal 2006 al 2009, sono rimasto in contatto con la professoressa Valery Thomas. Non perdemmo mai la speranza. Ogni anno io facevo domanda  e rinnovato la mia posizione di ricercatore finché ottenni il visto. Iniziai una nuova vita come Dottorando di Ricerca.

Sì guarda… la prima volta si sente sempre parlare di shock culturale da parte di persone che ricominciano una vita in un paese nuovo, ma io avevo già vissuto in due paese diversi dal mio. Ora conoscevo l’Armenia, il Kenya e il mio paese natale, l’Iran. Gli Stati Uniti non è che mi shockarono tanto. Lo shock culturale è per chi è talmente abituato alle proprie abitudini che appena viaggia si emoziona come se qualcosa di grande stesse avvenendo. Indubbiamente andare negli Stati Unit è stato interessante e incredibile, ho imparato molto. Sicuramente quello di cui non ti rendi conto, se non ci vai, è la vastità del paese. A noi sempre che le città americane di cui tanto sentiamo parlare siano relativamente vicine ma, per fare un esempio, volare fra Europa e USA è come volare fra da New York a L.A.

Sono molto riconoscente verso la professoressa che mi ha introdotto a questo mondo e che mi è stata di così grande aiuto in questi anni. Apprezzerò sempre quello che ha fatto per me. Siamo ancora in buoni rapporti e lei per me rappresenta ciò che un buon mentore dovrebbe essere.”

2 risposte a “Episodio 06 – Storia di Soheil”

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